Di Antonio Foccillo
Lavoro Italiano, aprile 2007
E’ iniziato il confronto con il Governo su una possibile politica di sviluppo e di rilancio del sistema Italia. L’impressione che si ha è più quella di una routine che una vera e propria proposta, scaturente da aspettative di un modello e di un progetto, vissuti da tutti come importanti e, pertanto coinvolgenti. Il dibattito politico è troppo distante dalle esigenze reali della gente comune e questo provoca distacco e sfiducia, piuttosto che generare un sentimento motivante per l’insieme del paese. Infatti, mentre vi è una grande fibrillazione in tutte le forze politiche, che si dividono e si confrontano su progetti di ingegneria organizzativa, la gente comune è afflitta da mille problemi a cui i partiti non prospettano risposte; il cittadino non sa neppure a chi rivolgersi per parlare e per chiedere soluzioni e appunto per questo guarda alla politica con distacco e apatia. Vi è stata, negli ultimi anni, una progressiva mancanza di partecipazione alla vita politica, proporzionale alla crisi di democrazia, che investe sia i partiti che le stesse istituzioni, non escluso lo stesso Parlamento, che è stato frutto delle scelte dei singoli capi partito invece che da parte della cittadinanza. Infatti, le elezioni dei parlamentari e dei senatori sono avvenute esclusivamente sulla base della progressione numerica in cui sono stati collocati nella lista i candidati e ciò in mancanza del voto di preferenza che era stato sempre un presupposto fondamentale della partecipazione democratica alla vita politica, prevista dalla Costituzione. Gli stessi partiti appaino sempre più incapaci di elaborazione progettuale, in grado di disegnare un modello in cui la gente veda la soluzione delle sue rivendicazioni e si senta mobilitata nel sostenerlo. Manca finanche una proiezione politica utopica, intesa nel significato che Massimo Cacciari, nel suo Geofilosofia dell’Europa, attribuisce all’opera politica di Platone non fuori luogo, ma fuori dall’ordinario, poiché l’utopia è stata sempre sintomo di fervore intellettuale e morale. Sulle grandi scelte manca una visione d’assieme. Infatti, un modello di sviluppo passa dall’elaborazione di una strategia industriale che stabilisca su quali settori di eccellenza puntare per rendere più agevole la loro capacità di competere sui mercati e di conseguenza produrre ricchezza da ridistribuire e possibilmente in modo più equo. Ciò richiede investimenti in tecnologia e ricerca per qualificare e inventare il “nuovo” prodotto. Non si può continuare a pensare di competere sulla riduzione del costo del lavoro, ma su prodotti qualificati e che rappresentano bene la creatività italiana, unico campo che da sempre ben rappresenta il nostro Paese. Nel dibattito politico manca un’idea di stato sociale e nessuno si preoccupa nell’attuale situazione politica di definire le esigenze minime per mantenerlo in vita e riformarlo. Non vi sono alternative credibili che si confrontino, ma da tutte le parti, sia di destra che di sinistra, si è più attenti alle sirene dell’economia che propongono esclusivamente tagli di spesa, portando al macero un nucleo fondamentale di civiltà che ha caratterizzato l’Europa e l’Italia. La nostra coesione, la nostra civiltà e il nostro modello di società, in cui il principio della solidarietà e della compartecipazione al contributo fiscale era destinato ad accrescere anche la possibilità di vita delle classi più povere, sono state abbandonate con la conseguenza che tutte le spese del Welfare sono da ritenere rami secchi da tagliare. E gli effetti dell’Euro che hanno dimezzato il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, mettendo le famiglie o i singoli lavoratori in una condizione di fragilità, in qualche caso di povertà che ha depresso i consumi sono stati del tutto accantonati. La stessa situazione sociale, se non affrontata, rischia di creare nuove conflittualità per l’esasperazione dei giovani che sono senza prospettive, e per una microcriminalità che sta impaurendo notevolmente la popolazione italiana. Il Mercato del lavoro è dominato da elevata percentuale di precarietà e il sistema produttivo allontana i cinquantenni che non trovano più nuovo lavoro. Nel sistema formativo, la mancanza di valori evidenzia una progressiva crisi che produce atti violenti e fenomeni di bullismo senza che si sia in grado di metterci un freno. Il costo delle case e degli affitti sta esasperando molti cittadini ed il fenomeno di impossibilità di pagamento dei mutui anche in Italia sta aumentando. La classe politica italiana, dopo “la rivoluzione del 1992” è maturata, in gran parte, senza un’adeguata partecipazione ai vari livelli istituzionali, come avveniva precedentemente e quindi, spesso è arrivata alla gestione della cosa pubblica senza il necessario tirocinio. La stessa selezione, che avveniva dentro i partiti attraverso la partecipazione alla discussione e il confronto fra le componenti, non esiste più e, visto che i partiti sono diventati proprietà dei capi, si è scelto più per cooptazione che per il sistema democratico di elezione, il quale, viceversa, può far emergere anche personalità in grado di dire qualche no e in possesso altresì di qualità e preparazione. La stessa criminalizzazione dei “professionisti” della politica e la conseguente individuazione di rappresentanze della società civile non sempre ha raggiunto il risultato di far emergere i più preparati alla gestione e alla direzione della politica italiana. Bisogna ritornare alla fase precedente in cui i partiti, come è scritto nella costituzione, siano palestre di partecipazione e di riconoscimento dei migliori che emergano nel rapporto con i cittadini che devono rappresentare. Bisogna ridisegnare modelli alternativi di società in cui le parti politiche si confrontino e si battano per proposte diverse (più stato e meno mercato o meno stato e più mercato) e il popolo italiano alla fine possa scegliere innanzitutto il modello di società che ritiene più consono e quindi i suoi rappresentanti che ritiene più adeguati. Bisogna rispondere alle mille paure che emergono nella società (dal posto di lavoro al benessere, dallo stato sociale alla lotta all’emersione del lavoro nero, da un fisco più equo alla lotta all’evasione, dalla guerra alla microcriminalità, e alla macrocriminalità“anche quella nuova”, dai fenomeni di immigrazione che vanno risolti per evitare che vi sia più emarginazione alla lotta alle nuove povertà, da salari e pensioni adeguati al diritto alla casa…). Bisogna individuare una classe politica che non sia interessata solo agli scontri di fazione e di potere, ma sia interessata a costruire un Paese migliore con delle riforme che nascano dalla discussione e dalla passione civile per l’interesse del Paese intero. Il sindacato italiano, in questi anni, pur essendo rimasto il più forte e rappresentativo dell’intera Europa, ha vissuto fra mille problemi. Sono pesate le incapacità complessive di confronto nell’elaborazione della politica e si è passati dalla fase di concertazione, al dialogo sociale ed infine, alla sola informazione. Questo, di fatto, ha inaridito anche la sua vena propositiva, perché, per l’avanzamento delle politiche liberiste che mettevano in discussione tutta le conquiste di tutela e garanzia dei lavoratori, si è dovuto difendere più che proporre. Nonostante ciò oggi il Sindacato è l’unico strumento di democrazia e partecipazione esistente nella nostra società. Per fortuna nel suo interno si confrontano milioni di persone, con idee diverse che trovano una sede in cui non solo metterle a confronto, ma anche verificarle e così partecipare per costruire proposte condivise e collettive. Tuttavia il movimento sindacale deve essere in grado di fare un ulteriore salto di qualità ritornando ad essere, non solo uno strumento rivendicativo, ma anche un soggetto politico.