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Riscrivere le regole sindacali per uscire dalla sindrome della sconfitta

Di Antonio Foccillo, segretario confederale Uil

Ho letto l'interessante articolo di Paolo Bagnoli dal titolo «la vera crisi è quella interna ai sindacati», pubblicato recentemente da Italia Oggi e devo dire che mi è piaciuto perché non valuta con la solita sufficienza e presupponenza o con acredine e cattiveria l'attuale situazione sindacale: valutazioni usate da tanti commentatori che poi generano quel non amore che egli descrive nell'opinione pubblica. Anzi, pone alcuni quesiti che ritengo giusto affrontare e non solo per gusto di replica, ma soprattutto perché condivido la questione di fondo che egli ha posto e cioè quale ruolo deve avere il sindacato in una moderna democrazia reinventandosi una nuova cultura sul ruolo e rappresentanza.

Tutti gli attuali strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini. L'attuale crisi del sistema finanziario è diventata crisi del sistema industriale e del sistema sociale ed, infatti, di fronte ad una situazione così difficile e drammatica nel Paese bisognerebbe tutti assieme porre il Paese nella condizione di vincere la sfida del «post neoliberismo» e rinunciare ciascuno ai propri egoismi, agli interessi di parte, alle tutele corporative dell'oggi e varare programmi anche severi in cui tutti, con alta responsabilità, siano disposti a fare un passo indietro. Per questo il sindacato deve ripristinare il suo carattere confederale cioè quello di un'organizzazione che fa prevalere l'interesse generale e si batta per grandi disegni strategici che costruiscano una società più giusta e più equa. Quella confederalità che lo ha caratterizzato nel lungo percorso della sua azione e non solo nel periodo del terrorismo, ma anche nei momenti difficili dell'economia italiana, quando si è assunto la responsabilità di condividere sacrifici economici per portare l'Italia fuori dal tunnel, prima, e in Europa a pieno titolo, poi. Parlo degli anni '80 (piattaforma «Eur»; accordo Scotti e accordo di San Valentino) e gli anni '90 ( politica di concertazione con i governi Amato e Prodi). Deve ripensare ad un progetto ed un modello di società ove il suo ruolo non abbia quale unica funzione il «rivendicazionismo» ma spazi su grandi progetti di rilancio che possano dare certezza al futuro di tutte le componenti della società. Per questo occorre l'impegno, a tutti i livelli, rivolto a cercare soluzioni di dialogo fra le diverse componenti sociali e politiche, ma anche ad ampie forme di partecipazione per costruire un progetto coinvolgente, in una società che ha trasformato esigenze e bisogni della gente oltre che a a mantenere un equilibrio sociale adeguato. Senza organismi intermedi che rappresentino e garantiscano tutti gli interessi, difficilmente l'attuale politica riuscirà a raggiungere tale obiettivo. Purtroppo, all'interno dello stesso movimento sindacale c'è una componente che si fa prendere dalla sindrome della sconfitta, in quanto non è in grado di prendere decisioni. Questo atteggiamento preclude ad un'azione forte ed unitaria e va risolta riscrivendo le regole del gioco anche della nostra convivenza sindacale. Come si chiedono ai nostri interlocutori regole chiare nelle relazioni così dobbiamo fare al nostro interno: troppe cose dobbiamo affrontare e troppe sfide dobbiamo vincere. Ma, soprattutto, per uscire dalla sindrome della sconfitta, bisogna essere protagonisti e propositivi, essendo coscienti che per essere tali bisogna essere in grado di formulare idee e strategie unificanti e solidali.

Italia Oggi, 15 luglio 2009

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