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PREVIDENZA PUBBLICA Confronto
Governo Sindacati sulle pensioni: Di Adriano Musi Segretario Generale Aggiunto Si è concluso il confronto fra Governo e Organizzazioni sindacali sulle pensioni che ha consentito di approfondire i contenuti e le ricette relativi alla delega previdenziale ed all’emendamento aggiuntivo presentato in sede di manovra finanziaria 2004. Da tale confronto è emersa la necessità di un’accettazione comune della identità delle voci che caratterizzano la spesa e della trasparenza e attendibilità delle ipotesi statistiche adottate per l’effettuazione delle previsioni, al fine di poter assumere decisioni fondate sulla effettiva conoscenza dei problemi e non delle “convenienze” del Governo. “Voci” ed “ipotesi statistiche” che hanno accompagnato, durante il confronto, i nostri rilievi e le nostre proposte sui contenuti del testo del Governo, che sono stati alla base delle nostre contestazioni e che qui di seguito vengono riassunti. 1. Proiezioni della previdenza al 2050 Il Ministro del Welfare ha inteso operare la scelta di porre a base dell’incontro con le Organizzazioni Sindacali i risultati ottenuti da una proiezione al 2050 della spesa previdenziale e delle principali variabili del sistema economico; da una proiezione, cioè, che abbraccia mezzo secolo di vita e, per di più, riferita ad un periodo di profonde trasformazioni della società, generate da processi produttivi che nella innovazione e nei cambiamenti rispetto al passato hanno i loro diretti e qualificanti riferimenti. Proprio perché si tratta di proiezioni riferite ad un futuro che non può essere delineato e tanto meno definito attraverso estrapolazioni del passato, per l’UIL è necessario, quanto ovvio, che il governo, nel momento in cui chiede che il dibattito sulla previdenza parta dai risultati di proiezioni effettuate utilizzando un meccanico modello previsivo, assuma la doverosa responsabilità di rendere esplicite tutte le ipotesi utilizzate per la sua costruzione e soluzione, convinti come siamo che le ipotesi che si utilizzano non sono mai neutrali rispetto ai risultati che si ottengono o, forse e meglio, che “si vogliono ottenere”. Proiettare un sistema economico fino al 2050, quindi per cinquant’anni, è un’impresa a dir poco impossibile. Il futuro è figlio delle linee e delle decisioni politiche che vengono definite e realizzate nel tempo, mai della elaborazione e della soluzione previsiva di un modello econometrico! E, ancor meno, può essere figlio dei risultati di un modello risolto attraverso l’introduzione di semplicistiche ipotesi di crescita del Prodotto Interno Lordo (P.I.L.), con un’ informazione del tutto inidonea a far comprendere la natura e la complessità dei problemi da affrontare e risolvere, da subito, per dare al nostro Paese le necessarie e inderogabili prospettive di sviluppo. Dalla illustrazione, dal commento e dalle indicazioni che appaiono nel documento, relativo alle proiezioni al 2050, distribuito dal Ministero del Welfare e, quindi a nome del Governo, non si coglie alcuna consapevolezza, ed è questo l’aspetto più grave, che con i modesti tassi di crescita con i quali si vuole dimostrare la insostenibilità del nostro sistema previdenziale non sono in gioco solo e soltanto i problemi del finanziamento della previdenza, ma sono in gioco i più importanti e complessi problemi generati dal conseguente e inarrestabile declino del nostro sistema economico nonchè dal pericolo dell’acuirsi di tensioni civili che potrebbero mettere in gioco, drammaticamente, la stessa unità del Paese. Per quest’insieme di problemi e per le dovute responsabilità che il sindacato è chiamato ad assumersi, diviene fondamentale conoscere le ipotesi e le informazioni statistiche utilizzate dal Ministero per la soluzione del modello economico, perché soltanto attraverso la loro esplicitazione è possibile conoscere, in termini chiari, le linee di sviluppo e di politica occupazionale che il Governo intende adottare nel tempo e nell’interesse del Paese nonchè il profilo evolutivo dei tassi di attività per sesso ed il ruolo della variabile immigrazione. Diviene, insomma, possibile disporre delle indispensabili informazioni conoscitive in ordine alla coerenza tra i termini di riferimento in base ai quali il Ministero del Welfare ha definito le linee d’intervento nel mercato del lavoro per i vari anni del periodo di previsione e le stime statistiche fornite dalla Ragioneria di Stato . La UIL chiede puntuali riscontri su questi aspetti perché ritiene essenziale verificare la validità e la tenuta del sillogismo che aleggia e permea tutta la costruzione del modello previsivo adoperato: diminuzione di popolazione dovuta all’andamento demografico uguale a diminuzione di occupazione. Sillogismo in base al quale viene giustificata l’introduzione da parte della Ragioneria dello Stato di tassi di crescita della produttività superiori a quelli del P.I.L perché, viene sostenuto, è proprio la diminuzione della popolazione a rendere inconsistente ogni ipotesi di espansione dell’occupazione nel lungo periodo. Rifiutare tale sillogismo, significa spostare dibattito e proposte della sostenibilità della spesa previdenziale alla definizione ed attuazione di una politica di sviluppo e di allargamento della base occupazionale. E ciò non solo in attuazione di quanto recentemente convenuto tra i Governi a Lisbona, ma anche perchè siamo convinti che il dualismo territoriale del nostro Paese ed il più basso tasso di occupazione che il nostro paese presenta nell’ambito europeo richiedono una risposta di fiducia e garanzia del futuro della nostra collettività. Non tagli e povertà, come quelli offerti dalle previsioni effettuate e distribuite dalla Ragioneria dello Stato. 2. Separazione previdenza – assistenza E’ impossibile elaborare una credibile e chiara politica volta a razionalizzare il settore del Welfare se non viene soddisfatta la fondamentale condizione della conoscenza qualitativa e quantitativa delle risorse destinate a ciascuna forma di prestazione sociale; cioè, se non si procede in termini netti e chiari alla separazione delle spese destinate alle pensioni dalle spese destinate all’assistenza. E’ una separazione che occorre effettuare, se si vuole attribuire alle parole che vengono usate un contenuto univoco. Oggi, quando si analizza la spesa previdenziale così come viene fornita dalle statistiche e dalle classificazioni ufficiali, si tende a presentarla, illustrarla ed interpretarla sempre come una spesa di pura natura e di puro contenuto previdenziale. Così non è. La UIL lo denuncia! E da sempre. Lo sanno bene i rappresentanti dei Governi ad iniziare dai Ministri del Lavoro e del Welfare, che si sono susseguiti in questi ultimi quindici anni. La UIL ritiene che, per poter affrontare in termini chiari il dibattito sulla evoluzione nel tempo della spesa previdenziale, occorra che le previsioni sulla sostenibilità di tale spesa vengano effettuate facendo riferimento ad un bilancio nel quale si tenga conto, da un lato, delle contribuzioni corrisposte dai lavoratori e, dall’altro, delle prestazioni conseguenti alle contribuzioni versate. Tutte le altre prestazioni “non coperte” o coperte “solo parzialmente” dalla contribuzione sono da considerare e trattare come spesa assistenziale!! La suddivisione delle varie voci nelle due diverse forme di spesa, assistenziale e previdenziale, se realizzata correttamente, fa abbassare il rapporto della spesa previdenziale rispetto al P.I.L., dall’attuale livello del 14 – 15 per cento all’11 – 12 per cento. Risultato questo che colloca il nostro Paese in una posizione perfettamente in linea con gli altri Paesi Europei in termini di spesa previdenziale e pone in luce l’esigenza (inderogabile) di effettuare, sempre, le previsioni di breve – medio – lungo periodo utilizzando la spesa di puro contenuto pensionistico. Soltanto a seguito dei risultati ottenuti da previsioni effettuate utilizzando informazioni quantitative di univoco significato diverrà possibile affrontare un aperto dibattito ad ampio spettro sulle compatibilità e sostenibilità della spesa previdenziale, della spesa assistenziale, della spesa destinata alle varie forme di Welfare, della spesa pubblica, insomma, nel suo complesso . E’ questa un’assunzione di responsabilità che significa anche decidere intorno alle forme di sostegno al reddito e all’assistenza verso terzi, verso i soggetti più deboli, indicando con trasparenza non solo i soggetti fruitori, ma anche il costo e la copertura finanziaria, ponendo così fine alla solidarietà parziale pagata dai lavoratori dipendenti. In tale contesto riteniamo che, pur nella complessità dei problemi in discussione, tutto diventa più chiaro perché finalmente, quando ci si siederà intorno ad un tavolo, per avviare confronti e trattative tra governo e forze sociali, si saprà a quale capitolo di bilancio appartiene la materia trattata, impiegando tutti noi “voci e termini” a cui diamo lo stesso contenuto conoscitivo. E’, dunque, dai criteri e dalle elaborazioni utilizzati dal Ministero del Welfare per separare la previdenza dall’assistenza che bisogna partire se si vuole: 1) individuare correttamente l’ammontare della spesa pensionistica; 2) determinare correttamente nel tempo il profilo evolutivo della spesa pensionistica rispetto al P.I.L. e per tal via accertare la sua sostenibilità nel tempo; 3) effettuare correttamente i confronti delle varie forme di spesa sociale tra il nostro e gli altri Paesi dell’UE. Solo disponendo di un siffatto quadro conoscitivo diviene possibile elaborare e realizzare una chiara politica previdenziale, una chiara e responsabile politica assistenziale, una chiara politica del Welfare, superando così l’attuale confusione che non permette al Paese di conoscere in termini puntuali ed attendibili l’ammontare delle risorse pubbliche effettivamente destinate a ciascuna forma di attività sociale. 3. Pensioni di anzianità I vincoli per il godimento di tale diritto risultano già definiti dalla riforma Dini, laddove è richiesto che, per l’accensione del diritto, sono necessari con il sistema retributivo requisiti di età anagrafica e contributiva via via crescenti, mentre con il sistema contributivo sono necessari cinque anni di contribuzione ed un trattamento pensionistico non inferiore ad 1.2 volte il minimo. Nelle vicende della quotidiana realtà si è portati però ad ignorare e, quindi, a non considerare le dovute conseguenze politiche, economiche e sociali delle cause di fondo tendenti a generare e ad alimentare il pensionamento di anzianità. La realtà sta a dimostrare che, con frequenza crescente negli anni, la pensione di anzianità non è dovuta ad una autonoma scelta del lavoratore, magari per le condizioni fisiche e/o per le mansioni ripetitive e/o la stanchezza del tipo di lavoro, ma rappresenta, sempre di più, il risultato delle decisioni delle imprese di disfarsi dei lavoratori con più anni di anzianità per assumere lavoratori giovani, con contratti di lavoro flessibile. In un siffatto contesto è fin troppo evidente che, per il lavoratore, la pensione di anzianità viene a costituire un’impropria ma vitale forma di ammortizzatore sociale mentre per l’impresa viene a costituire un abbattimento dei costi ed, in più, un utilizzo di lavoratori con contratti meno vincolanti. Sono, questi, problemi che vanno risolti attraverso una più attenta e generale rivisitazione delle politiche di incentivazione ed agevolatorie per il lavoro; degli ammortizzatori in relazione alla quantità e qualità dei fruitori; delle politiche formative e della loro finalizzazione per un reale passaggio da un posto di lavoro ad un altro posto di lavoro e non, come si è portati a fare oggi, da un posto di lavoro ad una pensione di anzianità e, quindi, ad un invecchiamento precoce del lavoratore. E’ in questo contesto che, come UIL, riteniamo sbagliata la proposta avanzata dal Governo di decontribuzione delle nuove assunzioni. Non è attraverso l’attuazione di un modello comportamentale fondato solo sulla competitività dei costi che si può realizzare nel nostro Paese un sistema economico e produttivo più moderno, avanzato e competitivo. Per di più la decontribuzione: 1) si riverbera, negativamente, sul profilo contributivo dei giovani lavoratori; 2) modifica l’equilibrio del bilancio previdenziale; 3) rappresenta un ulteriore incentivo per le imprese a mettere fuori mercato i lavoratori più anziani in assoluta contraddizione con le modalità e la ricerca di allungarne la loro permanenza al lavoro. Coerentemente con questa linea la UIL propone: 1. Per il sistema contributivo un computo totale delle contribuzioni versate indipendentemente dalle tipologie di lavoro prestato ed anche “contribuzioni figurative” per i periodi di “non lavoro” coperti dagli ammortizzatori; 2. Introdurre, inoltre, anche per il sistema contributivo, appropriati strumenti incentivanti, volti a potenziare la decisione del lavoratore a restare nel mondo del lavoro fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia. In questa direzione si colloca la proposta di reintrodurre il sistema retributivo per le pensioni di vecchiaia maturate nel contributivo attraverso il computo della pensione come media delle retribuzioni degli ultimi quindici anni di vita lavorativa; 3. Un sistema incentivante che per il suo finanziamento, in caso di esigenze finanziarie, si dovrebbe avvalere di un Fondo di Garanzia costituito dai contributi versati al Fondo stesso da quei datori di lavoro che licenziando lavoratori anziani verrebbero sanzionati con una somma proporzionale al tempo mancante al lavoratore per la pensione di vecchiaia. 4. Trattamento di fine rapporto Il TFR può trovare adeguato impiego nel nuovo assetto previdenziale, che sulla pensione integrativa ha un suo esplicito fondamentale pilastro. Tale soluzione va ricercata in tempi brevi. Sono trascorsi, infatti, oltre otto anni da quando la Previdenza complementare avrebbe dovuto rappresentare un utilizzo in più del “salario differito” del lavoratore, un utilizzo del suo risparmio per una finalità fondamentale per la sua vecchiaia. Ogni ritardo rappresenta un ulteriore danno ai già gravi danni arrecati ai lavoratori. Quanto è avvenuto e sta avvenendo sui mercati finanziari che hanno visto il crollo inaspettato e imprevedibile di grandi imprese in campo nazionale e internazionale ci convincono, ancora di più, che due condizioni non possono essere oggetto di mediazione: 1) il passaggio del TFR ad un fondo pensione deve avvenire per convinzione del lavoratore non per obbligo, per di più imposto senza offrire alcuna garanzia; 2) il passaggio del TFR ad un fondo pensione deve avvenire in un quadro di certezze formali e sostanziali in grado, in ogni caso, di garantire una redditività certa, non inferiore a quella di cui oggi il TFR gode. L’importanza e il significato di tali condizioni sono talmente evidenti che non crediamo abbiano bisogno di ulteriori motivazioni per apportare le necessarie correzioni alla delega. E’ grazie ad un quadro normativo che preveda efficaci intervanti di socialità che diviene possibile, da un lato, garantire alle imprese certezze sui principi di economicità, non solo attraverso la flessibilità del mercato del lavoro, e dall’altro, offrire al lavoratore il necessario quadro di certezze e garanzie sociali. Per la UIL la difesa dei diritti sociali del lavoratore significa anche difesa dei diritti del lavoratore oltre la vita lavorativa e, quindi, anche difesa dei diritti di cittadinanza di una comunità. Tutelare gli anziani è anche difesa di una delle risorse fondamentali per assicurare al Paese un quadro di stabilità economica e sociale oltrechè un futuro di dignità ed equità a tutte le generazioni. |