Il DPEF è il quadro programmatico pluriennale entro cui si collocano le scelte annuali di utilizzo delle risorse pubbliche e di redistribuzione dei carichi fiscali per uno sviluppo equilibrato e coeso del Paese.
Il DPEF 2004-2007, contraddicendo questa impostazione, contiene una semplice illustrazione di titoli anzichè indicare scenari e prospettive pluriennali per lo sviluppo economico e sociale entro cui collocare le scelte prioritarie della prossima Finanziaria.
Una contraddizione, ancor più grave se si considera, leggendo il testo, come si faccia riferimento “ai fini di una discussione da aprire per uno sviluppo sostenuto” esclusivamente all’ottica economica e finanziaria mentre di fatto scompare l’ottica sociale considerata, quando viene richiamata, solo nella sua componente monetaria.
Un DPEF, 2004-2007, che indica obiettivi economici accompagnati da analisi ed indicazioni assolutamente contraddittorie con precedenti analisi, impegni, decisioni che pure il Governo ed il Parlamento avevano già definito.
In particolare, nel merito sottolineiamo:
- Uno sviluppo del PIL, fondato sul rilancio dei consumi delle famiglie, che prescinde da qualsiasi valutazione sulle certezze di un futuro migliore costruito sul rispetto degli accordi, partendo dalla garanzia della tutela del reddito, delle regole - a cominciare da quelle sociali - e dalla affidabilità e credibilità dei soggetti decisori.
- Una inflazione programmata – “ancora una volta non condivisa”, come al contrario recita l’accordo del 1993 - che, al di là del valore indicato, si spera di raggiungere attraverso l’aumento della produttività e l’attesa di una moderazione di crescita dei prezzi internazionali. Si dimentica, dunque, totalmente, il peso che prezzi e tariffe interne hanno sull’inflazione ed il ruolo dei soggetti pubblici e privati, ciascuno per la loro responsabilità, per una crescita coerente con l’inflazione individuata.
- Un tasso di occupazione completamente “slegato”, nonostante le affermazioni, degli impegni sottoscritti a Lisbona da tutti i Governi dell’U.E., impegni che prevedono al 2010 un tasso di occupazione del 70% e non il 61.3% indicato nel testo del DPEF.
- Un modello sociale che viene richiamato in diversi punti del DPEF, come “comparto per il quale la dinamica della spesa non è compatibile” contraddicendo le pur autorevoli affermazioni di: “sensibilità alla sostenibilità sociale, oltreché a quella finanziaria”.
- Una politica fiscale più attenta “all’impresa” che “alle famiglie” e priva di qualsiasi riferimento alla riaffermazione di progressività e di equità non proseguendo, dopo l’attuazione del primo modulo, nella individuazione delle iniquità verificatesi (v. diversità deduzioni tra lavoratori dipendenti e pensionati, v. trattamento fiscale del T.F.R.).
- Una politica per il Mezzogiorno solo descrittiva, ma carente nella individuazione di modelli e strumenti attuativi, oltreché delle risorse necessarie. Una scelta, pertanto, di semplice razionalizzazione dell’esistente, con il chiaro intendimento di ridurre sempre di più il sostegno statale nella speranza che il “dualismo territoriale” del nostro Paese si superi, per lo più, con l’ iniziativa privata.
- Un federalismo compromesso da un Patto di Stabilità interno interpretato come momento di ulteriore riduzione delle risorse trasferite, anziché come una equilibrata, quanto dovuta, redistribuzione di competenze, risorse umane e risorse finanziarie, per un reale decentramento istituzionale.
- Una politica per la casa totalmente assente, tranne che per la partita “cartolarizzazione”, che testimonia il disinteresse del Governo ad un intervento che non sia “scoordinatamente” lasciato alla buona volontà delle Regioni.
- Una politica per il Pubblico Impiego, carente per gli impegni contrattuali non rispettati e che devono avere analoga valenza dei miglioramenti di efficienza e professionalità da attuare nella P.A.. Fondamentale, altresì, è precisare,
- individuandoli chiaramente, i soggetti che “godono dei privilegi previdenziali da eliminare”. Nell’area pubblica non si può creare confusione ulteriore, sollevando “polveroni”, parlando genericamente di lavoratori del P.I. privilegiati, avendo la riforma del ’95 già realizzato l’uniformità dei regimi previdenziali.
Un documento, conclusivamente e nel suo assieme, approssimativo e generico, che renderà più complesso il confronto sulla Finanziaria., poiché in assenza di un quadro programmatico pluriennale certo, tutte le scelte saranno misurate con il metro dell’annualità di riferimento.
Anche per questo, un modello di relazioni sbagliato, costruito su comunicazioni a tempo scaduto dei provvedimenti di natura economica e sociale, vanificando così, l’accordo del ’93 che, perdendo significato, non potrà essere evocato solo per i comportamenti contrattuali.
Roma, 21 luglio 2003