Roma, 21 luglio 2005
Con questo documento di Programmazione Economica e Finanziaria, si è cominciato finalmente a prendere atto delle difficoltà dei conti pubblici senza peraltro, dare indicazioni concrete per il loro superamento.
Una presa d’atto dovuta ad una “resa dei conti “ imposta dal nuovo Patto di stabilità e di crescita.
Il 12 luglio del 2005 il Consiglio europeo dei ministri economici e finanziari(Ecofin) ha, infatti, approvato la “raccomandazione”sulla finanza pubblica dell’Italia che prevede:
a) “ una applicazione rigorosa della legge finanziaria 2005” tale che il deficit nominale non superi il 4,3% del Pil ed il deficit strutturale continui a migliorare in modo sensibile, al netto delle una tantum;
b) l’attuazione delle “necessarie misure di aggiustamento permanenti e al netto delle una tantum che assicurino un aggiustamento cumulato pari all’1.6% nel biennio 2006-2007 rispetto al 2005, con metà dell’aggiustamento concentrato nel 2006”
c) una riduzione soddisfacente del rapporto debito/pil.
Una raccomandazione che pesa, per il solo 2006, 10 miliardi di euro (pari allo 0.8% del Pil), e rispetto alla quale, per gli impegni assunti dal Paese a livello comunitario, il Dpef. svolge una mera funzione notarile.
La raccomandazione, che implica interventi più consistenti anche per gli anni 2007 e 2008, è dovuta alla revisione della stima di crescita del prodotto interno lordo per il 2005 che passa dal 2.1% allo zero per cento e alla revisione dei nostri conti pubblici effettuata dall’Istat e dall’Eurostat. Detta revisione ha accertato il superamento del parametro di Maastricht relativo all’indebitamento netto della pubblica amministrazione, risultato pari al 3.2% nel 2001, al 2.7% nel 2002, al 3.2% nel 2003 e al 3.2.% nel 2004.
Il dato più preoccupante è che la correzione dell’andamento della finanza pubblica avviene in una fase economica caratterizzata da una previsione di crescita zero per il 2005 e dell’1.55 % per il 2006 e 2007, (da taluni istituti di ricerca ritenuta addirittura ottimistica), dalla stagnazione dei consumi e da una progressiva perdita di competitività del nostro sistema produttivo rispetto a quello degli altri paesi.
Questo difficile ciclo economico rende obbiettivamente angusto ed impegnativo il percorso di crescita del Dpef che, fra gli strumenti di politica economica per favorire la sviluppo, prevede interventi di politica fiscale che ruotano nuovamente attorno alla riduzione dell’Irap.
Una riduzione già prevista nel Dpef dell’anno passato e rimasta fino ad oggi al palo: il Governo, al dunque, ha fatto un’altra scelta, quella ridurre significativamente le imposte per i redditi più alti, riservando le briciole a quelli medio- bassi.
Una scelta sbagliata che non ha avuto neppure l’auspicata ricaduta sui consumi.
Nel merito dell’intervento sull’Irap, il Dpef è ancora reticente: da un lato prevede la riduzione della componente riferita al costo del lavoro, dall’altro non indica il percorso da seguire.
Ancora una volta, quindi, la scelta è stata quella di non scegliere fra interventi a pioggia e generalizzati e interventi selettivi, i soli che, anche tenuto conto delle limitate risorse previste, possono avere una ricaduta concreta sulla competitività e sullo sviluppo.
Le scelte, esattamente come un anno fa, vengono rinviate alla legge finanziaria, sulla quale finiranno per scaricarsi le pressioni di tutte le categorie, anche di quelle con un costo del lavoro del tutto marginale ed allora il rischio di dare poco a tutti è reale. Ma in tal modo non si daranno risposte efficaci alle esigenze delle imprese.
Sempre per favorire lo sviluppo sono previste misure per sostenere il potere di acquisto delle famiglie con interventi non meglio precisati sul fronte delle tariffe, degli affitti, di maggiori deduzioni per quelle meno abbienti.
Siamo, però, di fronte ad una cornice, a caselle vuole, prive di contenuti.
Sul versante delle risorse il Governo si affida in gran parte ad un piano di recupero dell’evasione, accorgendosi solo ora della gravità di tale fenomeno, fino a ieri tollerato se non proprio giustificato e combattuto solo attraverso i condoni che soddisfano temporanee esigenze di gettito, ma che rappresentano anche un incentivo ad evadere.
Problemi di credibilità e di coerenza a parte, la lotta all’evasione fiscale è senz’altro condivisibile e la Uil da qualche anno chiede un piano straordinario per contrastarla.
Ben venga, dunque, la stagione della tolleranza zero sull’evasione: meglio tardi che mai !
Quanto alla pubblicazione delle “cartine dell’evasione” inserite nel Dpef, esse nulla aggiungono a quanto già ampiamente noto e rappresentano uno dei metodi di quantificazione del fenomeno, quello appunto della contabilità nazionale, accanto a metodi che si basano su confronti campionari tra redditi dichiarati ed accertati, su indicatori macroeconomici o monetari diretti ad individuare l’economia sommersa ecc.
Il Sud è l’area geografica dove l’evasione è più intensa rispetto al dichiarato(in uno studio dell’Agenzia delle Entrate si osserva che nel Sud la quota di imponibile non dichiarato è pressoché pari a quella dichiarata) ma in termini di entità assoluta, il primo posto spetta alla Lombardia, seguita dal Lazio, Sicilia, Campania e Veneto.
Tuttavia, la questione non è tanto quella della quantificazione e della la distribuzione territoriale e per categorie dell’evasione, quanto della potenzialità e dell’efficacia delle politiche di controllo a fronte della presenza in Italia di elevati livelli di evasione. Tra i Paesi industrializzati appartenenti all’OCSE, l’Italia è stata collocata al secondo posto con un’incidenza del sommerso sul Pil pari al 27%, preceduta solo dalla Grecia con il 30%.
Da un monitoraggio dei dati resi noti dal Ministero abbiamo rilevato che gli unici controlli che vengono fatti con una certa stabilità ed intensità sono quelli formali sulle dichiarazioni, che per lo più riguardano i lavoratori dipendenti ed i pensionati.
Infatti:
a) i controlli sostanziali dal 2000 al 2004 sono diminuiti del 35%,
b) la maggiore imposta accertata definita dal 2000 al 2002 è diminuita del 27,4% e dal 2002 al 2003 è diminuita dell’86.9%;
c) le riscossioni da accertamento dal 2001 al 2004 registrano una flessione del 64.6% per le imposte dirette e del 44.6% dell’Iva. Significativi sono i risultati di quanto riscosso, per le imposte dirette, a seguito di verifiche effettuate nell’anno 1999 su circa 500 società di capitale con riferimento ai redditi del 1997. A distanza di circa sei anni dalle verifiche, a fronte di 62 milioni di euro di maggiore imposte accertate e conseguenti sanzioni, risultano riscossi circa 3.7 milioni, pari ad appena il 6% dell’accertato.
d) negli anni 2000 e 2001 è stato riscosso circa l’1.8% dei carichi affidati ai concessionari riguardanti le maggiori imposte accertate e le relative sanzioni;nel 2002 detta percentuale, per effetto del condono, è precipitata allo 0.55% ! In sostanza nel periodo 2000 – 2003 le somme riscosse tramite ruoli conseguenti all’evasione sono servite appena a remunerare l’attività di riscossione.
Questa è la situazione di partenza della quale occorre tenere conto evitando il ricorso a facili ottimismi che portano a sovrastimare le previsioni di entrata con ricadute, poi, negli anni successivi, come è avvenuto nel recente passato.
Infatti la stima dei 3 miliardi non si discosta dai migliori risultati ottenuti in passato e potrebbe anche essere migliorata se, finalmente, negli Uffici si riconoscesse un ruolo centrale all’attività di controllo, relegata in secondo piano da una certa propensione dell’Agenzia delle Entrate a privilegiare le attività di assistenza e di consulenza.
Ma i tre miliardi sono solo meno di un terzo delle risorse previste per il rispetto del patto di stabilità e per la crescita, quello che più invece ci preoccupa è da dove si attingerà per gli altri due terzi .
Il Dpef conferma il mantenimento del tetto del 2% alla spesa, pilastro delle finanziaria 2005, che però, come avevamo previsto, non ha funzionato.
Le spese correnti soggette al tetto, escluse quindi quelle relative ai salari e alle pensioni che hanno dinamiche proprie, sono aumentate del 4.4%, mentre sono rimasti fermi gli investimenti pubblici.
Né convincono le ulteriori misure previste per contenere la spesa pubblica, che potrebbe avere una dinamica diversa da quella prevista, specie in considerazione del fatto che nel 2006 si terranno le elezioni politiche.
La preoccupazione è che si stia imboccando un percorso che alla fine porta ad una aumento dell’imposizione indiretta o, per essere ancora più chiari, a compensare la riduzione dell’Irap con l’aumento dell’Iva.
Una ipotesi che si era già affacciata nel recente passato in occasione della discussione sulle risorse da destinare per la riduzione dell’Irap poi rinviata al 2006 e che trova ora una giustificazione teorica nel Dpef nel quale si afferma che “l’incidenza complessiva della tassazione sui consumi, sulla base dei recenti dati disponibili, risulta inferiore alla media europea”.
E’ curioso che ogni qualvolta si voglia avvalorare una tesi si faccia ricorso, in mancanza di altri argomenti, a confronti con sistemi tributari di altri paesi, dimenticando che le analisi comparate vanno effettuate a tutto campo e non limitate ai soli argomenti che ci tornano utili. Perché allora non comparare le politiche fiscali per la famiglia di Paesi come ad esempio la Francia (quoziente familiare) o la Germania (lo splitting) e con quella italiana basata solo sulla tassazione individuale?
Lo scambio Iva – Irap, per di più, oltre ad effetti regressivi, avrà effetti sulla domanda interna riducendo i consumi ed innalzando il livello di inflazione, che è poi il dato che più preoccupa per la sua ricaduta sul potere di acquisto delle famiglie e sulle politiche monetarie che, come noto, vengono ormai definite a livello comunitario.
Una scelta sbagliata e che riveste tutta la sua gravità specie in un momento di difficoltà come quello attuale, per il cui superamento occorre un forte impegno di tutti.
In termini più generali, alle linee guida di politica economica è dedicato un intero capitolo che, però, è privo di proposte concrete sulle quali poter esprimere una più appropriata valutazione.
Il contenuto, infatti, dei paragrafi delle cinque linee guida ( investimenti nelle infrastrutture, liberalizzazioni dei mercati, alleggerimento del carico tributario, tutela del potere di acquisto delle famiglie, aggiustamento strutturale e dei conti pubblici) non va al di là di indicazioni generiche.
Non si entra mai nello specifico degli interventi, mentre per quanto riguarda le risorse il riferimento è al tetto del 2% che va rafforzato, alla lotta all’evasione fiscale, al sommerso e al Patto di Stabilità Interno.
In definitiva, il Dpef anche quest’anno può essere paragonato ad un libro certo solo nella parte relativa all’indice ed i cui capitoli, solo annunciati, verranno successivamente riempiti con la legge finanziaria.
C’è da interrogarsi allora sull’utilità di un rituale distante dalle esigenze reali del Paese e sull'opportunità di un confronto formale e non sostanziale che disimpegna ciascun oggetto sociale rispetto ad obbiettivi che appartengono sempre più "solo" a chi li propone e non ad una politica di responsabilità e consenso definito con i soggetti sociali del Paese.