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CONVEGNO
UIL
"CAE:
bilancio delle esperienze dalla Direttiva 94/45 ad oggi"
Posizione
della Segreteria Confederale UIL in materia
di partecipazione dei
lavoratori
II dibattito in corso in
Europa sui diversi modelli di partecipazione dei lavoratori alle scelte
fondamentali delle imprese si muove in buona sostanza lungo tre
direttrici, rappresentative dei sistemi esistenti nei diversi paesi
membri dell’Unione.
II sistema più diffuso è
quello che vede la partecipazione dei lavoratori limitata ai diritti, più
o meno incisivi, di informazione e consultazione nel consiglio di
amministrazione e nel collegio sindacale.
Nonostante le molte attese in tal senso,
dall'Unione non è venuta, nemmeno in occasione del testo preparato per
il varo della Società Europea, una scelta tra questi diversi modelli
non scelta dovuta anche al timore di emanare un testo che inducesse
numerosi stati membri ad esercitare l'opting out.
E’ inutile riproporre qui le
ragioni per le quali la UIL ha da sempre privilegiato il modello
istituzionale rispetto a quello sotteso alla via azionaria alla
partecipazione anche se va ricordato che la seconda alternativa presenta
rischi intrinseci di subalternità degli eventuali eletti negli organi
collegiali aziendali e di frizioni con gli altri azionisti di minoranza
tali da sconsigliare comunque di percorrerla come strada esclusiva.
Alla luce dell'attuale evoluzione del quadro
normativo e contrattuale nel nostro Paese, sarebbe ipotizzabile una
proposta che affianchi al CDA un "consiglio di sorveglianza"
caratterizzato da poteri posti idealmente in un punto mediano tra quelli
previsti dalle migliori soluzioni contrattuali in materia di
informazione e consultazione e - in caso di trasformazione, fusione ed
acquisizione che vedono come soggetto attivo o passivo l’azienda ~ un
sistema di poteri ancor più incisivo
L’organismo
proposto sarebbe composto di rappresentanti indicati dall'azienda e da
eletti dai lavoratori, ma è necessario al riguardo garantire la
presenza delle diverse professionalità/livelli gerarchici esistenti
nell'azienda, garantendo quote specifiche per questi lavoratori che,
anche se è superfluo dirlo, possono svolgere un ruolo essenziale
nell'analisi dei piani industriali e strategici dell'impresa.
La recente estensione in
Germania dei Consigli di sorveglianza alle aziende che occupano più di
200 dipendenti (il numero minimo era 300), ha rilanciato questo
strumento verso una platea più vasta, sottolineando i benefici che il
sistema duale ha portato alla gestione dell’economia, riconoscendo un
ruolo importante al mondo del lavoro.
Le relazioni industriali in
Italia, sconsigliano la commistione tra capitale e lavoro nel CDA, pur
considerando positiva la diffusione del capitale attraverso misure di
stock option o di stock granting, che dovrebbero comunque rimanere nella
sfera della libertà individuale di investimento dei lavoratori.
Il
recente dibattito che si è aperto sui limiti delle attuali norme
regolatrici del mercato, pongono in grande evidenza che la legge Draghi,
pur avendo fatto fare un notevole passo in avanti alla modernizzazione
del mercato e ponendosi come obiettivo la tutela dei piccoli
risparmiatori, non ha in pratica dato risultati apprezzabili, come nei
recenti casi di trasferimento della proprietà della Telecom e della
Fondiaria.
Le
caratteristiche del mercato dei capitali italiano, evidenziano un altro
invalicabile limite alla ipotesi di diffusione del risparmio azionario e
quindi della presenza nei CDA dei lavoratori in rappresentanza della
quota di capitale nelle loro mani. Le società quotate, che garantiscono
con la loro presenza sul mercato la liquidabilità dell’investimento,
sono una minoranza minima e impiegano una quota altrettanto minoritaria
di lavoratori. Non appare interessante una soluzione che terrebbe al di
fuori del sistema di partecipazione, quella importantissima parte del
mondo del lavoro occupato nelle medie imprese.
Occorre,
invece, sviluppare una proposta che interessi il maggior numero
possibile di persone, perseguendo una politica premiale di
incentivazione verso le aziende che intendono adottare una
“governance” societaria che preveda l’adozione di un modello
duale. La legislazione europea non ha risolto definitivamente la
questione, adottando il regolamento solo per la forma societaria,
rinviando con una direttiva la parte relativa alle forme di
partecipazione dei lavoratori. E’ qui che si può intervenire.
Il
sostegno a politiche partecipative fa parte degli indirizzi adottati a
Nizza e l’Italia potrebbe utilizzare lo strumento del recepimento
della direttiva, allargando anche a società diverse dalla Società
Europea, l’ambito di applicazione della direttiva, oppure
predisponendo uno strumento legislativo ad hoc.
I vantaggi da mettere in
cantiere dovrebbero riguardare agevolazioni fiscali e contributive,
ammesse dalla normativa europea se riguardano l’intero universo del
sistema produttivo e sono volte a sviluppare la partecipazione.
L’adesione a questo modello
dovrebbe essere lasciato alla valutazione dell’impresa, per evitare
inutili e improduttivi scontri ideologici; così come un Sindacato
potrebbe astenersi dal presentare propri candidati al consiglio di
sorveglianza, nel caso non ritenesse utile tale ruolo per tutelare gli
interessi dei propri rappresentati.
La
distinzione netta dei due modelli monista e dualista, è funzionale
anche al modello di ruolo che il Sindacato si propone di svolgere.
L’uno è orientato ad
individuare nella rappresentanza dell’azionariato dei lavoratori,
quindi nel coinvolgimento pieno nelle responsabilità gestionali e negli
obiettivi di creazione di valore, il fulcro di una strategia che coniuga
il profitto dell’impresa con quello del lavoro.
L’altro, scindendo la fase gestionale da quella
dell’indirizzo strategico, il possesso di una quota azionaria dal
diritto a partecipare alle scelte che influenzano significativamente la
vita delle imprese, pone le parti in un contesto concorsuale ma
distinto, liberando i lavoratori dall’obbligo di acquisto di quote
azionarie per poter partecipare alle scelte fondamentali dell’impresa.
La valorizzazione di un
modello rispetto ad un altro implica oggettivamente una scelta di
strategia sindacale a tutto campo. In una fase politica e sociale come
questa, appare avventuroso e denso di rischi postulare unilateralmente
il superamento della distinzione degli interessi fondamentali tra gli
attori sociali.
Per
la UIL la partecipazione continua ad essere una politica strategica, in
un solco di conquista e difesa della pari dignità tra le forze sociali,
di democrazia economica, senza confusione di ruoli.
novembre 2001
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