L’acquisizione da parte del Gruppo Monte dei Paschi di Siena della Banca Antonveneta, seppure al netto della partecipata Centrobanca, nell’ambito di un’operazione lampo che ha visto come venditori gli spagnoli del Banco Santander, recenti proprietari della banca veneta, costituisce, senza ombra di dubbio, un importante tassello di quel processo di concentrazione da anni in corso nel sistema bancario italiano e consente la realizzazione di un terzo gruppo che si pone immediatamente dietro ai gruppi Unicredit e Intesa-San Paolo.
Non va sottovalutato il carattere originale del gruppo senese, un carattere che è dato dal profondo radicamento territoriale in alcune importanti regioni del Paese, radicamento territoriale notevolmente rafforzato dall’altrettanto capillare presenza di Antonveneta nel Nord Est e in importanti regioni che affacciano sull’Adriatico.
Altrettanto importante è che, in una fase di forte turbolenza sui mercati finanziari internazionali, sia stata realizzata un’importante operazione che prevede un esborso finanziario significativo, volto, pur nell’ambito dei progetti strategici a suo tempo delineati dal gruppo Monte dei Paschi, anche a riportare in modo amichevole sotto il controllo italiano una realtà creditizia come Antonveneta che rappresenta da tempo un importante punto di riferimento per gli operatori economici delle regioni dove è forte e radicata la sua presenza.
La realizzazione di un forte terzo polo creditizio, pur positiva, rischia tuttavia di restare un’opera non del tutto compiuta se la dirigenza senese non avrà il coraggio di completare, in modo organico, la questione di quelle sinergie tra attività bancaria ed assicurativa. Ciò potrebbe essere realizzato, a differenza di quello che accade nei due altri principali gruppi creditizi italiani, attraverso quel tante volte vagheggiato matrimonio con Unipol, una compagnia con la quale sono certamente, nonostante le incomprensioni del recente passato, molti più i punti di convergenza culturale ed economica che quelli di divergenza.
Non vi è dubbio che una simile operazione potrebbe fornire risposte adeguate e meno orientate ad una pura logica di profitto di breve periodo alle esigenze degli operatori economici e dei cittadini, risposte che ritengo più interessanti dei modelli bancassurance maggiormente in voga in altri gruppi creditizi che si ispirano di più a modelli anglosassoni meno adatti al tessuto produttivo del nostro Paese.
Roma, 9 novembre 2007