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Politiche industriali

POLITICHE DI SETTORE

L’industria in Italia ha un futuro?

Secondo un’opinione molto diffusa non ci sarebbero grandi prospettive  per l’industria italiana. Sono lontani i fasti e gli splendori di un paese che cresceva  ad un ritmo di oltre il 5% annuo, con i nostri prodotti che non avevano difficoltà sul mercato interno e che incontravano il favore dei consumatori anche in ambiti internazionali.

Così come sono distanti  gli anni in cui il nostro paese esercitava capacità di attrazione per le multinazionali della chimica e della farmaceutica (Bayer, Ciba, Sandoz, Dow eDupont), della termoelettromeccanica (ABB, Siemens, Alsthon; Philips, General Electric), dell’informatica (IBM, Texas, Honeywell), delle telecomunicazioni (Siemens, Ericson, Alcatel), dell’alimentare (Nestlè, Unilever, Danone).

Oggi, i numeri, i dati e le statistiche non sembrano lasciare spazi a speranze. Nel periodo 2001/2005 il nostro tasso medio di crescita è stato dello 0,7% annuo. Sempre nello stesso periodo la Francia è cresciuta dell’1,6% medio annuo, gli Stati Uniti del 2,6% e la Spagna del 3,1%. Non solo non attiriamo gli investimenti esteri, ma la presenza delle multinazionali in Italia si sta decisamente diradando. In qualche caso, come ad esempio quello della Tyssen Krupp, si  mantengono le produzioni, ma si concentrano altrove quelle ad alto valore aggiunto (lamierino magnetico). Se a tutto ciò consideriamo,  inoltre, la duplice morsa che attanaglia il nostro sistema industriale, stretto da un lato dalla concorrenza di prezzo e di costo esercitata dai paesi di recente industrializzazione e, dall’altro il ritardo sempre più ampio nei confronti di quelle economie (in primis la statunitense) in grado di innovare costantemente  di utilizzare compiutamente i progressi tecnologici nel ciclo produttivo e nei modelli organizzativi, per l’industria  italiana sembra esserci solo un malinconico crepuscolo.

Nell’opinione pubblica, (o meglio in una parte rilevante di essa) queste evidenze fattuali hanno determinato la richiesta di cambiamenti radicali. Si chiede, in sostanza, di abbandonare la difesa di un numero rilevante di settori industriali giudicati ormai non più difendibili e di concentrare sforzi organizzativi e risorse finanziarie su produzioni tipiche, magari di lusso, comunque di nicchia, che hanno una identificazione immediata con l’Italia.

Parallelamente, si continua a sostenere, vanno sviluppati i servizi, a partire da quelli alle persone, incentivata la promozione ed il sostegno a quei valori immateriali, legati ai nostri giacimenti artistici e culturali, che certamente costituiscono un patrimonio unico al mondo. D’altronde, dice questa porzione importante di opinione pubblica, una delle ragioni più evidenti del nostro declino come paese industriale non è ravvisabile nella riduzione di circa un quarto delle nostre esportazioni in meno di un decennio?

E gli stessi imprenditori, aumentando le delocalizzazioni delle loro produzioni non dimostrano concretamente che per una parte importante dei nostri prodotti non c’è futuro nei territori nazionali?

Prima però di iniziare una riflessione sull’industria italiana in sé, è doverosa una premessa generale.

E’ noto che l’Italia è gravata, rispetto agli altri paesi industrializzati, da pesantissime inefficienze di sistema. Dalla presenza pervasiva della malavita organizzata in aree non secondarie del paese, alla farraginosità dei procedimenti autorizzativi. Per non parlare delle lungaggini che travagliano la giustizia, in particolare civile, ai ritardi del nostro sistema educativo e formativo. Accanto a queste “inefficienze” immateriali, ma terribilmente concrete, non vanno dimenticate altre più facilmente misurabili. L’alto costo dell’energia (circa il 30% maggiore rispetto alla media europea) e la carenza di infrastrutture stradali e ferroviarie. E l’elenco potrebbe continuare. Compito della classe dirigente in tutte le sue articolazioni, da quelle politiche, a quelle economiche e sociali, a quelle culturali, è battersi per favorire un  processo di modernizzazione e per un  avanzamento generale del paese. Migliorare le condizioni di contesto significa  guadagnare una prospettiva futura credibile per l’insieme del paese e soprattutto per le nuove generazioni. Ridurre il peso delle diseconomie, materiali ed immateriali, gioverebbe al sistema e quindi anche il nostro apparato produttivo ne uscirebbe fluidificato e rafforzato.

Al di là  di ogni considerazione di contesto, è comunque innegabile che l’industria italiana non goda complessivamente di un eccellente stato di salute e, quel che è peggio, fino a non molto tempo fa ha dato di sè un’immagine fortemente negativa.

Come non ricordare gli scandali Cirio, Parmalat, Finmek (per rimanere solo ai  più noti), scandali che hanno dato l’idea di un settore in cui potevano nidificare e prosperare la mancanza di trasparenza e l’illegalità. Eppure, nonostante criticità, difficoltà e scandali che ne hanno in qualche misura compromesso finanche la credibilità, si avvertono dei segnali, sia pure timidi, che riflettono una rinnovata attenzione verso il settore industriale. Certamente in questo mutato e positivo interesse influiscono fattori tra loro dissimili. Ad esempio, le disavventure di varia natura in cui sono incorsi i presunti uomini nuovi della finanza.

Ci sono anche però, motivazioni meno di costume e più strutturali. In primo luogo, la scoperta di una apparente ovvietà. I servizi non possono riferirsi esclusivamente alle persone o ai consumatori: se vogliono guadagnare una prospettiva che abbia solidità, debbono connettersi, relazionarsi, intrecciarsi con il mondo della produzione. Le nuove tecnologie, infatti, rendono sempre più labile il confine tra i diversi settori produttivi, tanto che oggi per industria si intende un modello integrato di manifatture e servizi. Inoltre, dopo essere stato rimosso e oscurato per un lungo periodo, il termine politica industriale ha cominciato ad entrare nell’agenda della politica e nel dibattito sociale. Un politica industriale diversa dal passato, lontana da velleità dirigistiche, ma in grado di orientare e stimolare processi virtuosi, di affrontare e superare debolezza e rigidità che impediscono al nostro sistema produttivo una evoluzione maggiormente competitiva, non solo è necessaria per il nostro apparato produttivo, ma è la chiave di volta per recuperare ritardi annosi e per costruire nuove opportunità per il paese nel suo insieme.

I CARATTERI GENERALI DELL’APPARATO INDUSTRIALE ITALIANO

E’ risaputo che i settori produttivi  si distinguono in agricoltura (primario), industria (secondario) e dei servizi (terziario). Per quanto concerne il secondario, la scienza statistica opera una distinzione tra industria in senso stretto e costruzioni, che in Italia rappresentano circa un sesto del totale del valore aggiunto dell’industria. L’industria in senso stretto comprende principalmente le attività manifatturiere, ma anche quelle estrattive, la produzione e distribuzione delle diverse fonti d’energia. L’ultimo rapporto ISTAT ci informa che le imprese che operano nell’industria sono 540 mila e occupano 5 milioni circa di addetti. La media degli addetti per ogni impresa, quindi, è di poco inferiore a 10 unità, comunque distante dalla media europea, che è superiore a 15. Le imprese con meno di 10 dipendenti sono 440 mila, vale a dire i 4/5 del totale, mentre quelle da 50 a 250 addetti, che secondo i parametri classificatori dell’ISTAT sono medie imprese, sono circa 12.000.

Le grandi aziende, sopra la soglia dei 250 dipendenti, sono solo 1.200.E’ anche interessante rilevare  e confrontare la distribuzione dell’occupazione. In Italia più del 31% dell’occupazione manifatturiera è compresa nella fascia che va dai 10 ai 49 addetti. Nelle imprese con più di 250 addetti lavora meno del 26%, a differenza della media europea che va dal 45% al 50%.

Infine, in Italia gli occupati in imprese manifatturiere con più di 500 addetti sono il 20,3%.

In questa fascia  dimensionale, invece, la percentuale degli addetti in Germania, Francia, Regno Unito è intorno al 33% . La nostra anomalia  non è nella stessa platea delle piccole imprese, dato presente in proporzioni analoghe in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti, ma nella esiguità della presenza di aziende ed occupati nella fascia che comprende le medie e le grandi aziende. Anzi, per queste ultime, il dato, è ancor più dirompente. Solo 11 imprese italiane figurano tra le prime 500 al mondo per valori di mercato. Di queste 11 imprese nessuna è industriale in senso stretto.

 Per restare nell’ambito europeo, giova ricordare che nella medesima classifica figurano 35 imprese britanniche (11 sono industriali!), 26 francesi (15 industriali) e 18 tedesche (8 industriali).

Secondo autorevoli studiosi, una delle possibili vie d’uscita per il nostro paese risiede nella crescita di piccole imprese che diventano medie e nell’aumento di almeno il 50% delle grandi imprese: se ciò avvenisse nell’arco dei prossimi cinque/dieci anni si avrebbe non solo un salto tecnologico, ma un adeguamento verso l’alto del modello di specializzazione. Ma perché l’aspetto dimensionale è tanto importante per il sistema paese e per le stesse imprese?

 Per una serie di motivi, a partire dall’importanza che hanno le economie di scala, soprattutto in determinate produzioni. La polverizzazione produttiva ed il nanismo imprenditoriale sono degli straordinari ostacoli per l’acquisizione di efficienza e valore. Infatti, soltanto con una soglia dimensionale che permette economie e di scale è possibile fruire di costi unitari decrescenti per la realizzazione dei prodotti.

Non solo: nell’industria manifatturiera, la produttività misurata dal valore aggiunto per addetto, cresce in relazione alla dimensione di impresa, così come la redditività. In particolare, la propensione agli investimenti assai spesso è frustrata dal peso che gli oneri finanziari esercitano sulla struttura  delle piccole imprese, determinando, come è stato più volte osservato, “Minore flessibilità nelle scelte di investimento e una maggiore fragilità finanziaria nelle fasi avverse del ciclo economico”.

Questa affermazione, tra l’altro è avvalorata dalle evidenze  empiriche, in quanto nelle PMI gli oneri finanziari assorbono oltre un terzo del margine operativo lordo, contro il 17% di quelle con più di mille dipendenti.

Non da ultimo, non per ordine di importanza,  l’aspetto riguardante gli assetti proprietari, direttamente connesso alla dimensione di impresa. Nella industria manifatturiera, infatti, è ampiamente diffuso il controllo familiare delle imprese, che ha due effetti negativi per lo sviluppo del sistema produttivo. In primo luogo, è fortemente vincolata alle disponibilità finanziarie della famiglia e tendenzialmente ostile ad apporti esterni, all’immissione di competenze manageriali che frequentemente sono necessarie quando aumenta non solo la dimensione, ma anche la complessità della gestione. L’altro aspetto, parimenti importante, è quello relativo alla continuità imprenditoriale.

A questo riguardo è’ stata avanzata, addirittura, una sorta di teoria: la sindrome di Buddunbroks. Soltanto che nel capitalismo italiano è assai raro, a differenza dei personaggi di Mann, superare la terza generazione. Non sono inusuali infatti i casi che una “dinastia imprenditoriale” si arresti alla prima generazione, semplicemente perché gli eredi hanno altri interessi e altri modelli esistenziali di riferimento.

L’altra anomalia, a cui si è fatto in qualche misura riferimento, riguarda la specializzazione produttiva del nostro apparato industriale. Specializzazione produttiva concentrata nei settori tradizionali, tessile, abbigliamento, calzature, mobile,  meccanica specializzazione, che ci rende abbastanza vulnerabili perché in gran parte si tratta di prodotti facilmente replicabili, dove la componente costo del lavoro riveste un’importanza fondamentale.

Da questo punto di vista, tranne poche eccezioni, l’Italia  non è specializzata nei settori dove oltre alle economie di scala, sono decisivi l’alta intensità di investimenti in R.e.S. e volumi crescenti di produttività.

Se mettiamo a confronto queste caratteristiche di base con i principali paesi europei sono evidenti le differenze. In Germania e nei paesi del Nord Europa c’è un’industria ad alta intensità di capitale e una presenza ragguardevole nella chimica, nella farmaceutica e nella meccanica. La Francia, invece, ha un’articolazione produttiva più complessa, nonostante  la specializzazione dei gruppi più rilevanti sia nella produzione di aerei, elicotteri, autoveicoli e in parte nella chimica e nella farmaceutica.

Inoltre, come è stato osservato, le produzioni italiane, gravitando nella sfera dei beni legati al “sistema  persona” e al “sistema casa” hanno una domanda strettamente legata al potere d’acquisto delle famiglie e alla loro qualità della vita. Ciò significa che  la collocazione sul mercato di questi beni è molto sensibile alle variazioni congiunturali. Al tempo stesso, però, non vanno banalizzate le novità anche rilevanti che nell’ultimo periodo si sono registrate in questo specifico ambito produttivo. Innanzitutto è cresciuto, accanto alla platea dei piccoli e piccolissimi operatori, un tessuto di aziende medie e grandi che hanno sviluppato modelli organizzativi e innovativi e politiche commerciali aggressive. Tuttavia, oltre alla concorrenza dei paesi asiatici, il tessuto produttivo italiano indirizzato al “sistema persona” e al “sistema casa” deve tenere conto di una concorrenza in movimento che include grandi imprese capaci di esercitare una grande attrazione anche sul nostro mercato domestico (basti pensare ad IKEA, Timberland, Levi’s).

QUALI RISPOSTE?  

E’ evidente, dopo quanto sommariamente esposto, che le possibilità di una profonda ed incisiva riforma dell’apparato industriale italiano passano attraverso scelte ineludibili ed irrinviabili. Ad esempio, per essere sufficientemente competitive, le imprese manifatturiere italiane devono disporre di risorse finanziarie adeguate.

Il mercato azionario del nostro paese, invece, è asfittico se paragonato a quello presente negli altri paesi. Il numero delle imprese quotate in Italia non arriva a 300: in Francia e Germania sono il triplo. Nel Regno Unito quasi dieci volte le nostre..

Certamente per spiegare questo differenziale bisogna ricorrere anche a motivazioni di ordine “psicologico”, individuabili nel timore di perdere il controllo di imprese quasi sempre a carattere familiare. Tuttavia, bisogna pure richiamare l’attenzione verso alcune norme che oggettivamente disincentivano prima il passaggio da s.r.l. a s.p.a. ed il successivo ingresso in Borsa. E’ innegabile che il diritto societario in Italia ha visto importantissime riforme, da ultima la cosiddetta  Vietti. E’ altrettanto innegabile che la nuova normativa contiene la positiva flessibilità nella scelta del modello societario (conservazione dell’attuale modello italiano basato su CdA e sindaci, modello  duale tedesco fondato su Consiglio di sorveglianza e modello monistico anglosassone), così come è positiva la ricerca di contemperare la tutela delle minoranze con la necessità di operare delle scelte, evitando situazioni di paralisi.

Non si possono ignorare, però, i limiti che sono presenti nella normativa vigente. Il primo è che la perseguibilità d’ufficio del falso in bilancio e false comunicazioni sociali è applicabile alle società quotate in Italia o nella UE. Il secondo è che le s.p.a. non quotate possono affidare il controllo contabile ad un collegio sindacale nominato  dalla stessa proprietà, mentre le società quotate devono riservare almeno un membro del collegio sindacale alla minoranza. Inoltre le s.p.a. non quotate possono continuare a non dare pubblicità ai patti parasociali, di sindacato di blocco e di voto, nemmeno alla composizione del libro soci.

Tutti i fattori, che hanno fatto scrivere a commentatori e studiosi che nell’intero impianto di riforma è ”….prevalsa l’esigenza di protezione del patrimonio familiare, anche in prospettiva dinastica, rispetto a quella dello sviluppo e della crescita dimensionale e finanziaria delle PMI e il massiccio ricorso all’autoregolamentazione rischia di incoraggiare comportamenti opportunistici e, come usa dire, di azzardo morale degli individui”

Soglia dimensionale e struttura proprietaria, come più volte detto, sono problemi connessi ed è quindi compito della politica economica trovare le giuste soluzioni per superare le storiche anomalie italiane. Siccome la tassazione delle imprese è indifferente alla dimensione di impresa bisognerebbe, ad esempio, studiare meccanismi che favoriscano la crescita delle aziende. Come? Si è suggerito, la proposta ci sembra intelligente, uno sconto fiscale di qualche anno sull’IRES per quelle imprese che dimostrano di avere accresciuto la propria dimensione e lo sconto potrebbe essere proporzionale all’entità della crescita .

L’altro buco nero del sistema produttivo è costituito dalla scarsa propensione delle imprese italiane per la Ricerca e lo Sviluppo. Come è noto, la spesa è pari allo 1,1% del PIL, contro una media europea dell’1,9%, con l’obiettivo stabilito a Lisbona di raggiungere, a livello di Unione, il 3% nel 2010.

La vera anomalia italiana nella R.e.S non è tanto nella quota pubblica, di poco inferiore alla media europea (0,8% del PIL contro l’1%) quanto nella quota messa a disposizione dei privati, inferiore di un terzo alla media europea.

Perché avviene tutto ciò? Abbiamo imprese caratterizzate da imprese a basso contenuto tecnologico? In realtà, come in una sorta di gioco dell’oca, si ritorna alla casella iniziale, vale  dire alle questioni delle dimensioni di impresa. in Italia le imprese piccole (come ampiamente dimostrato sono la quasi totalità) spendono naturalmente meno in R.e.S,, nonostante che il contributo pubblico sia proporzionalmente maggiore a quello ricevuto da imprese in altri paesi.

Allora, che fare? Si potrebbe pensare al sostegno per le spese in R.e.S. a fronte di programmi pluriennali delle imprese, rendendo, al tempo stesso, gli incentivi automatici e facilmente misurabili. Analogamente, vanno promosse ed incentivate iniziative  consortili fra imprese che impegnano risorse per la ricerca, così come vanno incentivate joint ventures fra laboratori pubblici e imprese e consorzi di imprese.

CONCLUSIONI

Lo scopo di questo rapido excursus, dalle analisi alle proposte, non era ovviamente quello di fornire risposte esaustive sull’insieme di questioni che gravano sull’industria italiana. Avremmo dovuto parlare della necessità di completare le  liberazioni dei servizi di pubblica utilità che transitano su rete o delle implicazioni che le inefficienze del sistema formativo, in particolare universitario o dei limiti della struttura finanziaria presente nelle imprese. Abbiamo circoscritto sia le analisi e le proposte alle questioni più macroscopiche. E’ dovere di un soggetto sociale come il sindacato denunciare ciò che non va, ciò che impedisce il miglioramento e la modernizzazione dell’industria italiana.

Questo compito richiede una attenzione costante, un continuo aggiornamento e la capacità ei cogliere quanto di nuovo si svilupperà: è quanto ci proponiamo di fare.

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